Ventotene
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Home Museo Storico-archeologico

 IL MUSEO STORICO-ARCHEOLOGICO DI VENTOTENE

 

Ass.TerraMaris Visite e Contatti:

tel.0771-85345  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

Il Museo di Ventotene, nato come consegna diretta di una mostra realizzata nel 1983 dall’Istituto di Storia e di Arte del Lazio Meridionale sull’arcipelago pontino attraverso i tempi, mantiene ancora oggi un prevalente carattere didattico. L’esposizione prevede un itinerario in grado di consentire l’immediata ricezione dello sviluppo storico generale dell’ isola. Naturale supporto di questo “discorso storico” sono i vari reperti, per lo più provenienti da recuperi sporadici, che danno tra l’altro un’idea dell’enorme potenzialità archeologica dell’isola.

 

 
 
 

VENTOTENE

 

Pandataria, dal termine greco Pandoteira cioè “dispensatrice di ogni bene” e poi Pandotira, Pantatera, Ventatere, Bentetien, Vendutena, Ventotiene e alla fine Ventotene. A queste ultime variazioni lessicali non deve essere stata estranea l’assonanza con il termine “vento” che la caratterizza. La presenza dell’uomo su Ventotene è testimoniata a partire dal tardo neolitico (4000 anni fa), in quanto si trovava sulla rotta dell’ossidiana, (materiale utilizzato per la realizzazione di lame e utensili), tra le isole siciliane, la Sardegna e Palmarola, ad avvalorare questa tesi, sono state rinvenute tracce di schegge lavorate di questo minerale in località “Cala Rossano” e “Fontanelle”.


 A Ventotene a partire dalla fine del I sec. a. C. iniziò la costruzione di una villa imperiale destinata all’“otium” con annesso porto e peschiera poi in seguito anche come luogo di esilio di esponenti della famiglia imperiale. Per violazione della “lex Iulia” sulla moralizzazione pubblica nel 2 a.C., Giulia, figlia di Augusto, fu la prima ospite illustre, seguita da Agrippina, esiliata da Tiberio nel 29 d.C. e da Ottavia, mandata nell’isola da Nerone nel 62 d.C. L’ultima esiliata di rango imperiale, nel I sec. d.C., fu Flavia Domitilla, accusata di giudaismo da Domiziano. Dopo il I sec. d.C. iniziò l’abbandono e il degrado dell’isola, i pochi abitanti rimasti si limitarono a sfruttare e a modificare le strutture già esistenti curando la manutenzione delle strutture essenziali quali il porto e il sistema idrico. Il rinvenimento di una lapide funeraria romana riutilizzata quale piano di un altare, testimonia la presenza di una comunità religiosa tra la fine del VI, e gli inizi del VII sec. Per i secoli successivi, sino all’alto medioevo, si registra un progressivo abbandono dell’isola.

Nel medioevo viene datata la presenza di monaci cistercensi. Nel XVI sec. le isole pontine vengono cedute dallo Stato Pontificio alla famiglia Farnese. Nel 1734 con la costituzione del Regno delle Due Sicilie da parte di Carlo III di Borbone le isole pontine divennero patrimonio privato del Re di Napoli, da allora ha inizio una attività di asportazione di materiale archeologico, in particolare da parte dell’ambasciatore inglese a Napoli. Sotto il regno di Ferdinando IV di Borbone nel 1772, ventotto nuclei familiari provenienti prevalentemente dai paesi della costiera napoletana e sorrentina hanno dato inizio alla colonizzazione definitiva di Ventotene, si diede inizio allo sfruttamento agricolo intensivo di Ventotene, determinando i presupposti per un irreversibile stravolgimento naturalistico dell’isola. L’apertura indiscriminata di cave di tufo, prezioso materiale da costruzione per i nuovi insediamenti, oltre a devastare le imponenti vestigia romane (Villa Giulia), ha causato il dissesto territoriale di gran parte del perimetro del settore nord-orientale dell’isola. Al progetto urbanistico della nuova Ventotene presero parte due fra i più illustri tecnici del governo borbonico, il maggiore del genio Antonio Winspeare e l’ingegnere Francesco Carpi, che progettarono il piano superiore del porto, con le “Rampe” di accesso alla piazza della chiesa, la strada che porta dal “Pozzillo” alla piazza d’armi e il forte (l’edificio che oggi ospita il comune e che all’epoca aveva solo un piano, oltre al fossato). A partire dal 1817 Ventotene e il Carcere di S. Stefano divennero il luogo di esilio per tutti coloro che ostacolavano il consolidamento del regno di Napoli. Dopo il 1870 rimane in funzione come luogo di detenzione solo l’Ergastolo di S. Stefano.

Nel 1926, durante la dittatura fascista, Ventotene fu destinata di nuovo ad assolvere l’antica funzione di luogo di confino.Nel 1940 a Ventotene si trovavano circa 900 confinati e la sorveglianza era affidata ad un piccolo esercito di 350 uomini. Da un gruppo di intellettuali confinati a Ventotene, guidato da Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi, nacque l’idea del “Manifesto di Ventotene”, da cui ebbe origine il Movimento Federalista Europeo, nucleo ispiratore dell’Europa Unita. Il 24 Luglio del 1943 aerei alleati affondarono, a un miglio da Ventotene, il piroscafo di linea S. Lucia che collegava le isole Pontine alla terra ferma. Le vittime civili di questo drammatico episodio bellico sono ancora oggi ricordate dalle comunità isolane. Dall’agosto del 1943 i confinati lasciarono Ventotene, tra questi Altiero Spinelli, che vi fece ritorno e qui riposa dal 1986, per sua espressa volontà. Dal 1997 le isole Ventotene e S. Stefano sono state dichiarate Area Marina Protetta e dal 1999 Riserva Naturale Statale, riconoscimento di alto valore storico culturale ed ambientale di questo piccolo isolato territorio, inizialmente marchiato quale luogo di detenzione e oppressione del libero pensiero.

Oggi la comunità isolana mette a disposizione dell’Europa un eccezionale laboratorio di idee e di risorse intellettuali, valorizzando le caratteristiche ambientali e la grande voglia di recuperare le libertà e la creatività che ispira questa piccola isola.

 

S. STEFANO

Dopo l’insediamento delle due colonie, di Ponza e Ventotene, nel 1790 iniziò la costruzione dell’ergastolo di S. Stefano. Artefici della progettazione furono sempre Antonio Winspeare e Francesco Carpi, il quale soprintese ai lavori. La manodopera era costituita totalmente da detenuti ai ferri (forzati) i lavori durarono sette anni così nel 1797 la struttura fu ufficialmente inaugurata come ergastolo per crimini comuni. L’architettura dell’ergastolo ancora oggi dopo oltre due secoli rappresenta un unicum nel suo genere. L’ergastolo di S. Stefano è un’originale soluzione alle teorie di quel periodo, secondo le quali solo con il completo dominio di una mente su l’altra era possibile il recupero del detenuto. La soluzione originale trovata dai progettisti fu quella di rifarsi ad una architettura in uso da millenni, quella teatrale, in particolare l’ergastolo nel suo progetto originario anche se in scala maggiore è sovrapponibile alla planimetria del teatro reale il “San Carlo” di Napoli. Si può definire quindi a tutti gli effetti architettura teatrale, restando in linea con la filosofia di vita del periodo e in particolare dei Borbone, più precisamente lo possiamo definire un teatro al contrario, dato che in questo caso il palcoscenico, dove di solito vi si inscena la tragedia era occupato dagli spettatori, le guardie, mentre sugli spalti vi stavano i detenuti, e quindi era li che vi si inscenava la tragedia. L’ergastolo durante il suo funzionamento che va dal Regno delle due Sicilie, alla Repubblica Italiana, subisce diverse modifiche dettate dai profondi cambiamenti socio-politici, conservando comunque l’assetto architettonico settecentesco.

 

Oltre ai detenuti per crimini comuni a S. Stefano già dal 1799 iniziarono a rinchiudervi anche i liberali insorti durante i primi moti rivoluzionari di Napoli tra questi vi era anche Giuseppe Settembrini, padre del più conosciuto Luigi Settembrini, che dopo circa cinquanta anni verrà condannato all’ergastolo durante i secondi moti liberali del 1848, con lui e con identica condanna furono incarcerati anche Silvio Spaventa e Salvatore Faucitano. Dopo l’unione d’Italia e con il finire del 1800 l’ergastolo fu usato per rinchiudervi gli anarchici che attentarono alla vita del re Umberto I, tra questi tale Pietro Acciarito che nel 1898 tentò di accoltellare il Re riuscendo solo a forargli la giubba, dopo soli due anni un altro vi riuscì, l’anarchico Gaetano Bresci, il quale morì nell’’ergastolo di S. Stefano in maniera poco chiara. Durante il ventennio fascista, la detenzione perreati d’opinione, fu inasprita in particolare con le leggi speciali del 1926 prima e del 1935 dopo. Tra i molti vanno ricordati sicuramente Sandro Pertini che vi fu rinchiuso tra il 1929 e il 1931, a lui dobbiamo il riferimento ad un altro detenuto politico, che trenta anni dopo seguì le sorti di Bresci, tale Rocco Pugliese. Altri nomi vanno ricordati, Carlo Rossetti, Iacometti, Terracini, Scoccimarro, e molti altri. La detenzione politica finirà solo dopo la caduta del fascismo, così l’ergastolo ritornò alla sua funzione originaria. L’ergastolo fu ufficialmente chiuso il 2 settembre 1965, in base ad un decreto legge del 1958, che riformava il sistema carcerario italiano, sentenziando la chiusura dei carceri inutilmente duri, tra questi vi era iscritto anche l’ ergastolo di S.Stefano.

 

 

Ultimo aggiornamento (Lunedì 07 Luglio 2014 09:21)

 
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